Il Fatto Quotidiano
CHE COSA C'ENTRA IL PACIFISMO CON IL PROFESSOR PANEBIANCO ?

Caro Colombo,

L'interruzione di una lezione dell'editorialista Angelo Panebianco, all'Università di Bologna ha provocato uno scandalo un pò eccessivo. Fatti del genere ( per non parlare del passato ) sono appena avvenuti a Berkeley ( la questione della privacy ) e i giornali americani ne danno notizia senza annunciare  la fine della democrazia. Come mai i nostri media sono così nervosi?

Amelia

Devo dire per prima cosa la mia convinzione  che si possa tener testa alle idee non condivise (secondo me, in questo caso,  non condivisibili ) di un docente ( in questo  caso Panebianco ) senza inscenare drammatici interventi fisici e impedire una lezione. Per un dibattito basta la parola. Mi ha meravigliato però la rapida riscoperta, da parte di molti colleghi, commentatori  dell'evento, di un vecchio espediente con cui si è sempre cercato  di tacitare all'istante ( o di far apparire irrealistico e irrilevante ) chi si oppone a una guerra, qualunque sia la motivazione. E’ l'uso  deliberato della parola " pacifista" per chi esprime opposizione per un evento o progetto bellico, e della definizione di " pacifismo" per  indicare ogni situazione e posizione culturale vista come passiva e astensionista. Francamente mi dispiace che vi sia stato tumulto invece di confronto, o anche scontro, con le idee del docente. Non so il docente, ma l'editorialista Panebianco da tempo non solo invoca qualcosa di serio  e virile come la guerra, contro il pericolo islamico in generale e la questione libica in particolare, ma tratta con compatimento chi non condivide il suo fermo punto di vista. Ha definito "molle" persino Obama. Se gli animosi contestatori  di Panebianco avessero letto un po' di più,  si sarebbero resi conto che bastava tradurre e presentare al professore-guerriero  alcuni editoriali e commenti del New York Times di queste settimane, per ridurre di molto la portata e il senso della chiamata alle armi del professore. Peccato. Peccato, però, che anche i molti che si sono gettati  in difesa del prof contestato ( " contestato", ricordate la vecchia parola?) abbiano voluto usare le parole  " pacifisti "e "pacifismo" per raccontare la piccola serie di eventi. Il pacifismo non c'entra  e chiamo un teste a spiegare. E' Marco Pannella. Non sarà un docente ma ha capito molte cose in anticipo. Ha capito che il pacifismo, sia come proclamazione che come accusa, il più delle volte, e nonostante  la buona fede,  il pacifismo è una variante ideologica della pericolosa contrapposizione del momento. Che lo si sappia o no, serve ad allontanare  persino l'ombra di qualcosa che può davvero cambiare la storia: la nonviolenza. Con questo strumento Gandhi ha liberato l'India, Martin Luther King ha conquistato i diritti civili per i neri americani, Pannella, quasi da solo, i diritti civili italiani ( una parte, la strada è lunga ). La guerra? Quando è stata annunciata in Iraq,  Pannella ha capito subito come si poteva evitare la distruzione di un Paese e di un popolo attraverso la rimozione, senza pretesa di processo e di condanna, di Saddam Hussein. A questo realistico progetto ha  dedicato una serie di intelligenti mosse, osteggiate e, alla fine, vanificate,  da un frenetico desiderio di combattere, Se fosse stato nell'aula di Panebianco, Pannella avrebbe spiegato che l'alternativa non è tra il fare ( che da' un brivido a chi sente  guerriero ) e il non fare, che si presume sia tipico dei pacifisti. Ma un altro fare, che, come dimostrano molti eventi della vita italiana ( dal divorzio ai giorni nostri)  può ottenere risultati che non si ottengono ne' con la presunta astuzia  della politica nè con le  maniere forti. Forse sia Panebianco, sia i suoi contestatori hanno perso un utile momento educativo  per allargare i rispettivi orizzonti.

FURIO COLOMBO

LETTERA - IL FATTO –02–marzo -2016 pag. 10

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