Il Fatto Quotidiano
IL MALINCONICO VIAGGIO DI OBAMA A CUBA

Caro Furio Colombo,

Avrebbe dovuto essere una  festa il viaggio di Obama all'Avana. Finivano un grave errore americano ( l'embargo), un errore cubano non tanto più lieve ( la lunga dipendenza dalla Russia Sovietica ) e cominciavano una speranza di libertà e un civile rapporto di buon vicinato. Invece c'era ( per quanto si è capito e si è visto) una certa mestizia, una certa tristezza, come se avessero perduto ( invece che vinto ) entrambi.

Edoardo

E' stata proprio così, una festa triste. Credo che ognuna delle due parti abbia potuto  dare il suo contributo alla tristezza. Obama sa che il suo Paese, che vorrebbe  esempio e guida democratica, sta rischiando di cadere in una brutta stagione politica. Sa, da presidente nero, di avere spinto fino all'estremo  lo spazio che gli è stato lasciato da una destra più razzista di quanto sia disposta ad ammettere, e interessata comunque a ridurre la portata dei successi, pur grandi dell'uomo che Trump aveva accusato di non essere cittadino americano. Senza una ragione al mondo, il Senato e la Camera Usa, a maggioranza repubblicana, continuano a non votare la fine dell'embargo a Cuba, una posizione non meno folle delle dichiarazioni quotidiane di Trump il  loro candidato folle ( così come continuano a non permettere a Obama  di nominare un nuovo giudice della Corte Suprema, dopo la misteriosa morte di Antionin Scalia, che  i Repubblicani vorrebbero sostituire con un giurista altrettanto spostato a destra ). Questo stop ad iniziative necessarie ma anche utili, anche convenienti, costringe un presidente coraggioso, che ha restituito benessere al suo Paese, a una quasi immobilità che riduce di molto la sua statura nel mondo. Cuba, d'altra parte, continua a portarsi il peso di una eredità due volte sovietica: pregiudizio  automatico e mancanza di libertà. Nonostante le battute di Raul Castro ( che  pure è stato un  presidente equilibrato e prudente che ha rimediato a molte ormai inutili esplosioni caratteriali  del fratello) le prigioni non sono vuote e  la libertà di opinione non è di casa. Detto ciò, resta il fatto che Raul Castro ha accolto un grande  presidente americano, costretto ad arrivare da solo ( perché il suoPaese è inchiodato da spinte di politica del passato ) e Obama ha incontrato il potere  dimezzato di una rivoluzione che ha dato dignità all'isola, ma che trascina ancora  ( in modo simmetrico e opposto agli USA ) il peso di un lungo e ingombrante passato. Doveva essere la festa del futuro ed è stata una catena di evocazioni  del già accaduto,  di cui sarebbe stato bello, per entrambi, liberarsi quel giorno.  Ma non è successo, e per questo la festa è apparsa triste.

FURIO COLOMBO

LETTERA - IL FATTO –25–marzo -2016 pag. 18

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Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano

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