Il Fatto Quotidiano
TERRORISMO E UOMINI - BOMBA SONO LA STESSA COSA?

Caro Furio Colombo,

Combattere il fenomeno antichissimo del terrorismo richiede forza, coerenza, ma soprattutto cultura e generosità. Basti pensare che ogni anno si suicidano  un milione di persone (due suicidi al minuto ) e che dieci milioni di persone tentano il suicidio. Queste persone sono terreno di cultura per chi organizza il terrorismo. Dunque serve certamente la forza contro gli organizzatori del terrorismo, ma serve cultura  e generosità  a favore  di coloro che, per motivi a noi non comprensibili, non desiderano vivere. Minacciare la morte a chi cerca la morte mi sembra un incentivo.

Benedetto

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La lettera contiene  tre  spunti diversi che non sono necessariamente parte dello stesso fenomeno. Il primo è il terrorismo. Come abbiamo appreso durante i terribili "anni di piombo" della vita italiana ( la stagione delle Br e del fascismo armato ) il terrorismo non ha niente a che fare con la ricerca della propria morte. Il terrorista è produttore di morte ma mai della sua, pur  conoscendo il rischio, tanto è vero che, tipicamente, si circonda di uscite di sicurezza, case sicure, travestimenti, vie di fuga. La coincidenza fra kamikaze e suicida credo che sia un artificio interpretativo per spiegare un fatto che, così come ci viene raccontato adesso, è esclusivamente legato a motivazioni religiose. Io non lo credo, perché non sempre e non dovunque, e non nella città europee, è disponibile una classe di "studenti del corano" ( come i media li chiamavano  all'inizio ) esclusivamente preparata a morire per il premio celeste. C’era molta cultura coloniale dei due secoli scorsi in quella interpretazione. Ma anche prendendola per buona, non lega in nessun modo la massa di aspiranti martiri alla massa di aspiranti suicidi nelle stesse regioni  del mondo. Gli aspiranti martiri islamici  sono invece storicamente collegabili a una lunga tradizione occidentale di martiri- eroi, descritti dalla famosa frase usata durante il fascismo: " chi muore per la patria vissuto è assai”.  L'immagine del kamikaze, come ci viene imposta ora dai terribili eventi che ci circondano, è composta di due figure : la prima è l'offerta volontaria  ( o la disponibilità immediata ) a morire per la patria. Più alto è il rischio, anzi la certezza di morte, e più grande sarà il "martirio" e la sua celebrazione.  Ma la seconda figura, quella del suicida, non compare mai. Allora è doveroso osservare che tutti gli eroi della storia di cui abbiamo nozione, nel mondo cosiddetto  "occidentale", su offrono  volontariamente  per  missioni impossibili, dalle origini della memoria storica ai nostri giorni. Ma anche il gioco del potere che induce il martire, più o meno volontario, a offrirsi nasce presso di noi. Ricordate i fanti della prima guerra mondiale, che a migliaia uscivano dalle trincee per farsi abbattere subito dal fuoco avversario gridando "Savoia " ( ovvero “Savoia è grande!” ) e ammassando  cadaveri su cadaveri? Resta la differenza del danno spaventoso ai civili, che ci appare un terribile fatto nuovo. Non lo è. Di nuovo siamo noi gli inventori,  dai grande bombardamenti della prima guerra mondiale fino ai droni di oggi, che non gridano nulla ma uccidono molto, in parte mirando, in parte a caso. Però non ha torto Benedetto che ci scrive le due parole che potrebbero risolvere tutto e che mancano a loro e ai noi: cultura e generosità, due parole talismano che ci guiderebbero alla via di fuga dal terrore.

FURIO COLOMBO

LETTERA - IL FATTO –31–marzo -2016 pag. 10

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Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano

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