Il Fatto Quotidiano
QUELLI CHE NON ACCETTANO LEZIONI DA NESSUNO

Caro Colombo,

Si sente dire e ripetere, a volte con orgoglio, a volte con sfida, la  frase " noi non accettiamo lezioni di nessuno". La trovo triste, perché non esiste chi non ha bisogno di lezioni  da nessuno. E mi stupisce,  perché viene ripetuta sempre, da tutti, in caso di difficoltà, come uno strano riflesso condizionato.

Vincenzo

La frase è forse la più abusata  come inizio  di quali ogni scontro politico, al primo sollevarsi di accuse o di  dissensi. Credo che rappresenti l'illusione di sgombrare il campo da ogni dubbio, come dire " noi, su questo, siamo al di sopra di ogni sospetto”. Oppure vuol dire: " zitti voi, che siete al di sotto di ciò che volete discutere". O ancora " proprio voi, che ne avete fatte di belle”. La frase si distacca dalla realtà in due modi, che purtroppo sono diventati tipici del comune linguaggio politico. Il primo è una sfida al buon senso. Ognuno ha bisogno della lezione di qualcuno. Si tratta di definire quel qualcuno, ma " nessuno" è troppo,  per chiunque. Qualcuno ha certamente qualcosa da insegnare a qualcun altro.  Meglio dire: non da te ( o da voi ), ma disponibilissimi a parlarne con chi ne sa. Il secondo punto rivelatore di distacco dalla realtà è che "la parte offesa" vuole imporre subito la sua lezione. Dopo quella frase infatti segue la ritorsione e moltiplicazione dell'accusa ricevuta che comincia con un inevitabile  " voi, invece..." seguita da una narrazione di fatti che non hanno niente a che fare con la discussione in corso ma servono a svergognare la controparte, colpevole di ben altro. Il colmo di una situazione penosa come questa si verifica nel tipo di discussione politica che potremmo definire l'incrocio di due imputati.  E' il caso in cui A cerca di difendere un suo inquisito  spostando subito il dibattito sull'inquisito di B, che a sua volta ritorce spiegando che A è molto più colpevole di B. Non occorre ( e non è possibile ) provare nulla perché di solito questi scontri avvengono  ai primi segnali di inchiesta che danno il contenitore ( l'imputazione) ma non il contenuto dell'accusa, e dunque restano aperte ai più violenti  attacchi offensivi di una parte all'altra. E' chiaro che le due parti in causa stanno vivendo in modo distorto e persino ridicolo le rispettive vicende giudiziarie  e sono  ben felici di trattare la questione dell'altro imputato perché esonera dall'occuparsi davvero delle presunte colpe del proprio. Ma vicende tristi e frequenti come quella che ho  descritto  a titolo di esempio, derivano da fronteggiarsi di atteggiamenti simmetrici e sbagliati. Ne' A nè B  intendono chiedere al proprio imputato dimissioni o sospensioni. Se non  provvede il presunto colpevole,  ognuna delle due parti continuerà a sostenere che in politica ci si dimette solo dopo una condanna, c'è chi dice di primo grado, e c'è chi dice "definitiva". Un  malcostume di questo genere apre sempre nuove strade alla antipolitica, compresa la peggiore ( il populismo fascista ). E la frase che ci ha portato fin qui, benché insensata, a confronto con i fatti  e le conseguenze,  è ben poca cosa.

FURIO COLOMBO

LETTERA - IL FATTO –17– maggio -2016 pag. 14

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