Il Fatto Quotidiano
GUERRA IN LIBIA,SIRIA,YEMEN,VEDERE E NON VEDERE

Caro Furio Colombo,

Ho lavorato in televisione e ho esperienza di filmati. Sono sicuro che,per giorni di seguito, e a volte anche a distanza di tempo, vedo le  stesse immagini per raccontare  guerre e luoghi diversi. Chiaro che è tutto " repertorio", Ma perchè non ce lo dicono?

Vincenzo

Credo che ci siano varie ragioni, ma non la giusta risposta per ciò che il lettore chiede. Le ragioni vengono da lontano e, da giornalista coinvolto in molti episodi di  guerra, ne ho sperimentate alcune. Una è la diffidenza che ha cominciato a crearsi tra giornalisti e militari durante la guerra nel Vietnam. I militari vedevano  " la luce alla fine del tunnel", i giornalisti filmavano  una guerra crudele che sembrava destinata a non finire. Il Vietnam è l'ultima guerra ad alta  e attendibile documentazione visiva, con narrazione, commento e giudizio del giornalista presente sul luogo.  La grande opposizione americana popolare alla guerra nel Vietnam si deve alla precisa e implacabile narrazione  giornalistica. I militari non sono stati al gioco, e nella guerra successiva ( liberazione del Kuwait dall'invasione irachena ) nel 1991 hanno creato la prima guerra inaccessibile ai giornalisti, tutti chiusi in una sala stampa, lontano dagli eventi, in grado di riportare solo  il resoconto ufficiale dei vari portavoce. Qualcuno ricorderà la furente reazione di Oriana Fallaci, che riuscì una volta, da sola, a salire e volare su un bombardiere. Tuttavia di quella guerra,   per fortuna breve e senza invasione, si ricordano solo le famose immagini dal cielo: gli aerei che inquadrano  il luogo e sganciano bombe. L'ultimo evento, una sorta di giornalistico " addio alle armi" è stata la presenza in Iraq (2003), con filmati e dirette,anche in momenti critici, di Lilli Gruber, Giovanna Botteri e Monica  Maggioni. Nonostante il momento, orientato alla celebrazione continua di Bush, Blair e Berlusconi, è stata l'ultimo grande reportage del giornalismo di guerra ( spesso migliore del " reporting" dal vivo di celebri americani). Ma è proprio in questa straordinaria serie di eventi che il giornalismo finisce la sua corsa. Alcune cannonate verso l'hotel in cui lavoravano gli ultimi giornalisti segnala il fastidio dei grandi eserciti. Il rapimento della giornalista Sgrena  da parte degli insorti e l'uccisione da parte di un soldato americano  del suo liberatore, il non dimenticato agente italiano Nicola  Calipari, ha comunicato con sanguinosa  chiarezza la doppia intolleranza, dei grandi e dei piccoli, dei regolari e dei ribelli  di qualsiasi bandiera ideologia,o  religione: niente giornalisti sul campo. Se ci sono si uccidono. O, come nel caso del coraggioso collega Quirico ( La Stampa) si tengono in ostaggio per mesi e si liberano per miracolo. Dunque quello che vedete in tv  sulle guerre in corso sono sporadiche, arrischiate  incursioni  di lupi solitari del giornalismo che, se tornano vivi, portano materiale prezioso che viene messo in onda ( qualche volta, ma non sempre, cambiando il montaggio ) finché non giunge il lavoro impossibile di un altro lupo solitario. In America vige l'obbligo di scrivere "file" ( repertorio ) sul  materiale già trasmesso. In Italia non esiste. E fra due mesi vedremo le rovine di Aleppo, andate in onda anche stasera, come filmate quel giorno. Resta la speranza dei telefonini.

FURIO COLOMBO

LETTERA - IL FATTO –02– settembre -2016 pag. 16

--------------------------------------------

Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano

00193 Roma, via Valadier n. 42

lettere@ilfattoquotidiano.it

 

 
Cookie Policy