Il Fatto Quotidiano
TRUMP E LE FABBRICHE DI AUTOMOBILI USA

Caro Furio Colombo,

  Tra i meriti che Trump ha reclamato per se stesso  nel celebrare la sua elezione, c'è quello della Ford: il presidente eletto degli Usa si vanta di avere impedito alla Ford di trasferire fuori dagli USA la fabbrica di una sua auto di lusso ( la Lincoln, 4500 operai ).

Dobbiamo ammettere che in Italia nessuno lo ha fatto quando hanno portato via tutta la Fiat, lasciando in Italia solo alcune filiali.

Ludovico

Il trasferimento totale della Fiat, la più italiana  delle grandi imprese, e anzi simbolo e identificazione del Paese, è avvenuto con l'espediente di acquistare una fabbrica americana, la Chrysler, e poi di spostare tutta l'impresa italiana, quartier generale, progettazione, piattaforme di produzione  e fabbriche, sradicandola da Torino e delocalizzandola  per sempre, e al completo, negli Usa, trascinando in quel Paese anche una buona parte dell'indotto torinese e italiano, e dunque del lavoro che da decenni quell'indotto aveva creato e continuava a creare. Nessuno discute se sia stato un buon affare per la proprietà, il top management e gli azionisti, tanto più che si è pensato subito di spostare la sede fiscale di ciò che era stata la Fiat in Inghilterra, e la sede legale in Olanda.   Ma anche lo spostamento della fabbrica Ford- Lincoln fuori dagli Usa   sarebbe stato, sia pure su scala molto minore, un bel vantaggio sindacale e fiscale per quell'impresa. S'intende che nessuno penserebbe mai di spostare fuori dagli Stati Uniti la General Motors o la stessa Ford, perché nessun governo lo permetterebbe e perché sarebbe a rischio l'ordine pubblico nelle città americane che ospitano le tante fabbriche di quelle imprese. E lo stesso accadrebbe in Germania o in Francia se mai se mai affiorasse la notizia di una così radicale e definitiva delocalizzazione delle loro fabbriche- simbolo. Perciò era inevitabile  che un presidente conservatore e di destra si vantasse di avere fermato lo spostamento di una sola fabbrica americana. Al contrario, come abbiamo detto, in Italia non solo   vi sono  stati solo garbati  ed elogiativi dibattiti sulla mossa conveniente per la proprietà  dell'impresa. Ma lo stesso primo ministro Italiano si è recato a Detroit a festeggiare con operai americani il successo di una impresa americana, dicendoci di essere orgoglioso  delle radici italiane ( ma non degli immensi contributi fiscali pagati altrove  e del lavoro perduto ) e unendosi alla celebrazione  di risultati  che non riguardano più il nostro Paese.  Per questa ragione anche un critico radicale di Trump presidentedeve notare la differenza di senso economico e di intuito politico fra Trump e chi ha salutato e applaudito  la partenza al completo dall'Italia della sua massima impresa.

FURIO COLOMBO

LETTERA - IL FATTO –25– novembre-2016 pag. 16

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